San Riccardo Pampuri, un uomo trasformato dall’amore di Dio

web-3-saint-richard-pampuri

 

di Fra Valentino Bellagente O.H.

Noi Ospedalieri di san Giovanni di Dio – Fatebenefratelli – stiamo vivendo una gioia spirituale per il GIUBILEO per san Riccardo Pampuri, nostro confratello, indetto dalla Diocesi di Pavia e dalla Parrocchia di Trivolzio dove sono custodite le spoglie del Santo. La Penitenzieria Apostolica ha concesso l’Indulgenza Plenaria da lucrarsi dal giorno 1 maggio 2019 al giorno 1 maggio 2020 per attingere tesori di grazia della Santa Chiesa che concede benevolmente l’Indulgenza Plenaria, alle consuete condizioni, a tutti i fedeli che mossi da sincero spirito di penitenza e di carità visiteranno la chiesa parrocchiale dei Santi Cornelio e Cipriano e in essa partecipando alle celebrazioni giubilari o sostando in orazione davanti alle spoglie del Santo recitando la Preghiera al Signore, Il Simbolo di Fede e alcune invocazioni alla Beata Vergine Maria e a San Riccardo Pampuri. Tale Indulgenza può essere lucrata anche per i fedeli che si trovano in Purgatorio mediante la pratica del suffragio.
San Riccardo, è stato un laico secondo il Concilio Vaticano II, cittadino esemplare sia come studente, sia sotto le armi nella prima guerra mondiale, sia come medico condotto prima e religioso poi. Per i nostri giorni è certamente un grande esempio di uomo di coerenza civile, morale e di santo.

Studente universitario

Il Pampuri, appena giunto a Pavia, si iscrisse al Circolo della Fuci “S. Severino Boezio”, fondato nel 1898 dal Vescovo Riboldi per la formazione morale e spirituale degli studenti universitari.
Il circolo si trovava nell’episcopio della città: vi si tenevano conferenze formative e incontri culturali e vi svolgevano attività caritative. Tra i giovani studenti di questo Circolo alcuni di loro eccellevano per pietà insigne, per candore di costumi, per spirito di apostolato. Tutti soci bravi e di belle speranze, ma alcuni di loro insigni. Erminio Pampuri doveva avere avuto da Dio speciale predilezione, tanto che egli era compreso dello spirito cristiano, di umiltà, di bontà e di devozione da distinguersi fra tutti in modo particolare. Certo il suo esempio era segnalato tra i soci, e forse fu questo il movente per cui il suo ricordo rimase impresso come quello di un santo giovane.

La Grande Guerra. La Medaglia al Valore al Soldato Pampuri

Egli stava studiando Medicina a Pavia, era il 1915, quando scoppiò la prima guerra mondiale, destinata a falciare un’intera generazione di giovani e adulti, sottraendoli ai loro studi e al loro lavoro per trascinarli in una disumana lotta di trincea, tale periodo fu uno dei momenti più bui della storia d’Europa. In quanto studente di medicina, venne aggregato all’86.ma Sezione di Sanità della Terza Armata, prima da sergente, poi da ufficiale, e mandato ad assistere i commilitoni feriti nella estenuante mattanza della guerra di trincea.

Forse è proprio in mezzo a tanta scellerata disperazione che Pampuri avverte ancor più forte il desiderio di condividere con l’amata sorella Suor Maria Longina, missionaria in Egitto, il suo scoramento. Il 1° settembre 1917 le scrive: «Da due settimane faccio servizio in un ospedaletto da campo, in sala di medicazione. Quale scempio della povera carne umana, che ferite, che squarci, quante membra fracassate! Speriamo che per la Divina Misericordia questo flagello abbia a terminare presto, molto presto!» E sempre alla sorella scrive: «Prega perché non abbia mai a perdere di vista in mezzo a tante cause di distrazione il mio ultimo fine». L’episodio di Caporetto è l’evento chiave della prima guerra mondiale sul fronte italiano, diventato per tutti triste sinonimo di sconfitta indecorosa. Nel crollo del fronte, gli ufficiali non avevano dato alcuna disposizione circa il materiale di medicazione in dotazione all’ospedaletto da campo. Il soldato Pampuri sapeva che quegli attrezzi, quei ferri, quei medicamenti, sarebbero stati utili a salvare molte vite umane, proprio ora che tutto per gli italiani sembrava perso e che si stava predisponendo la disperata, ultima difesa sulla linea del Piave, sotto le direttive del generale Armando Diaz. Talvolta l’eroismo è riuscire a mettere un passo dietro l’altro. Così Pampuri, recuperato un carretto e agganciatolo a una mucca che vagava smarrita per i campi, ignorando gli spari che tuonavano rompendo l’aria, riuscì a mettere in salvo l’intero materiale. Furono necessarie oltre ventiquattr’ore di cammino sotto una pioggia torrenziale per raggiungere la linea dov’era acquartierata la sua compagnia. Quando giunse a destinazione, accolto come un eroe dai commilitoni che lo credevano morto o in mano alle truppe austro-tedesche, Erminio era stremato dalla fatica e dal gelo. La pleurite che lo assalì, e che col tempo si trasformò in broncopolmonite, minò per sempre la sua fragile salute. La medaglia di bronzo che gli venne conferita per l’atto eroico e l’attaccamento al dovere dimostrato al fronte fu il riconoscimento a un episodio della vita del futuro Santo che Pampuri non ricordava con particolare affetto.
C’era da andare al fronte e vi era andato, compiendo il proprio dovere nell’unico modo in cui era abituato a fare: dando tutto se stesso, senza risparmio. Ben altri atti eroici lo attendevano, quelli del quotidiano divenire. L’essere accolto nel novero dei Santi, questa l’unica medaglia per i suo agire giorno dopo giorno in vita e per le grazie miracolose, dopo la morte. Le atrocità della guerra lo avevano segnato. La vita secolare iniziava a stargli sempre più stretta, ad apparirgli un’insopportabile distrazione ai suoi propositi di aiuto da portare ai propri simili. Il desiderio di una più completa adesione all’insegnamento cristiano, un richiamo insistente. Vivere nel secolo e operare nel solco che Dio aveva tracciato per lui: questa è la strada che lo porterà anni dopo a scelte ben più radicali.
Nel 1921 fu accolto nel Terz’Ordine Francescano. Il 5 agosto di quell’anno, scrive alla sorella missionaria al Cairo: «Ora ho più bisogno che mai delle tue orazioni. Ora sono divenuto un po’ tuo fratello anche nell’ordine spirituale, poiché quantunque indegno, nella speranza di diventare un po’ migliore, mi sono messo io pure sotto la protezione del Serafico padre san Francesco, iscrivendomi nel suo terz’ ordine». Per Erminio il 1921 è un anno di scelte e di traguardi importanti. Infatti, si laurea in Medicina e Chirurgia col massimo dei voti il 6 luglio nella stessa Università di Pavia dove lo zio aveva appreso la scienza medica. La guerra, che tante vite aveva spezzato, tanti stravolgimenti aveva prodotto nelle vicende di ognuno, non lo aveva distolto dall’obiettivo di indossare il camice per curare i malati, malgrado ne avesse rallentato l’iter. Lo zio Carlo, non senza un orgoglio paterno, sosteneva che, se non ci fosse stata la guerra, il suo Miliotto si sarebbe laureato in appena due anni.

L’Attività medica, la carità, l’impegno sociale a favore dei giovani e dei poveri

Dopo un tirocinio presso lo zio medico e una breve supplenza nella Condotta medica di Vernate, Erminio fu nominato medico condotto di Morimondo, vicino a Milano. Nel 1922 compì lodevolmente un corso di perfezione nell’Istituto Ostetrico-Ginecologico di Milano, e nel 1923 il corso per l’abilitazione ad ufficiale sanitario nell’Università pavese. Morimondo, piccolo paesino padano, a poco più di ventisette chilometri da Milano, e a sei da Abbiategrasso, accolse il Dottor Ermino Pampuri e la sorella Margherita dal 1921 al 1927.
Il paese, una volta importante per il suo celebre e antico monastero cistercense, era un centro molto piccolo: allora contava appena 1.470 abitanti in tutto il Comune; ma la condotta medica, scomoda ed impervia, si estendeva per circa 16 chilometri ed abbracciava una ventina tra frazioni e cascine, alcune distanti anche più di sei chilometri dalla sede del medico. La professione medica era per Pampuri un’occasione per servire il suo prossimo. Scriveva infatti alla sorella in Egitto: «Prega affinché la superbia, l’egoismo o qualsiasi altra mala passione non abbiano a impedirmi di vedere sempre Gesù sofferente nei miei ammalati. Lui curare, Lui confortare… Con questo pensiero sempre vivo nella mente, quanto soave e quanto fecondo dovrebbe apparirmi l’esercizio della mia professione». E sempre alla sorella, con l’umiltà propria degli uomini fedeli a Dio e alla missione salvifica, chiedeva di ricordarlo nelle sue preghiere: «… perché nessun istante passi inutile, ma sia speso a gloria del Signore ed alla salvezza delle anime». Un impegno assunto con se stesso e con la sua Fede al servizio di chi soffre. Così per il giovane dottor Pampuri, si apre un periodo di profonda e febbrile attività. Alla sua porta iniziano a bussare a tutte le ore, per la cura del corpo, ma anche per il sollievo dello spirito.

In un momento storico in cui la dignità umana e il mistero della vita erano ridotti ad aride derive darwiniane e l’inquadramento di tutti i processi umani a mere dinamiche biologiche, esser medico, scienziato, e al tempo stesso cattolico, sembra impossibile. Pampuri riesce ad essere egregiamente l’uno e l’altro, senza contraddizioni, senza dicotomie. Tutto è armonia nella sua visione del mondo e della sua missione per la volontà del Signore. Un medico al servizio della Fede, questo era Pampuri.
Curava i corpi per giungere a curare le miserie e le afflizioni dell’anima. Aveva istituito una mutua per la quale gli iscritti pagavano due lire all’anno ed egli scalzando il compenso li visitava in qualsiasi momento. Siccome poi l’assistenza non assicurava la copertura economica delle specialità, a chi ne avesse bisogno, le forniva ugualmente pagando per giunta di propria tasca. Quando poi non pagava i conti dei suoi ammalati dal panettiere e dal macellaio… Col risultato che spesso i fratelli Pampuri arrivavano a metà del mese senza più soldi per vivere. Lui, il medico, non aveva più soldi e doveva chiederli in prestito. E gli utili, per Erminio, erano realmente altissimi, essendo i suoi guadagni investiti nello sviluppo delle missioni cattoliche. Alla sua attività medica –alla quale ogni sera dedicava almeno un’ora di aggiornamento professionale sulle più recenti tecniche e scoperte, al fine di meglio curare i propri pazienti – riusciva anche ad affiancare, senza sottrarre tempo ai suoi ammalati, ma semmai riducendo ulteriormente le ore da dedicare al sonno, il supporto entusiastico alle attività della Parrocchia.
Per lui non era sufficiente svolgere bene la professione. Era diventato il centro del paese. Fu prezioso collaboratore del parroco, e per riunire i ragazzi fondò il Circolo della Gioventù di Azione Cattolica, di cui fu il primo presidente. Organizzava turni di esercizi spirituali presso la “Villa del Sacro Cuore” dei Padri Gesuiti in Triuggio, per i giovani del Circolo e per i lavoratori della campagna e per gli operai, sostenendone generalmente anche le spese, e vi invitava pure colleghi ed amici. Mise in piedi anche un corpo musicale e per l’acquisto degli strumenti andò personalmente a chiedere offerte di cascina in cascina dando anche del suo. Sia il Circolo che il coro li volle intitolare a san Pio X. Fu pure segretario della commissione missionaria della parrocchia, facendo fiorire attorno a sé una collana di opere di apostolato. Ogni giorno non mancava mai di andare a Messa, di fare una visita, anche fugace, al Santissimo Sacramento. Devotissimo della Beata Vergine Maria, recitava il Rosario anche più volte al giorno. Tra le tante attività in cui era impegnato, anche la redazione di un foglio di chiara ispirazione cattolica.

La decisione di prendere i Voti per essere più vicino a Dio

Gli anni a Morimondo, seppure tra mille impegni professionali, religiosi ed umanitari, scorrono lentamente, susseguendosi in una quotidiana azione al servizio del bene e della salute dei suoi assistiti. Ma per quanto interamente dedita al prossimo, la vita laica inizia a suonargli angusta. Da più di otto anni sentiva dentro di sé la vocazione alla consacrazione alla vita religiosa, anche se non era riuscito a dare un profilo preciso alla sua scelta. «L’ultimo posto presso gli uomini è il più sicuro» aveva annotato in uno dei suoi scritti. «Più ci dimenticano gli uomini e più ci ricorda il Signore». Per me poi dovrebbe tornare ancora più facile – confida alla sorella Suor Longina pochi giorni prima del Natale del 1926 – pensare sempre a Lui (Gesù Bambino), potendo per la mia professione vederne riflessa la infinita bellezza e bontà attraverso le grandi pupille ingenue di tanti piccoli e graziosi innocenti.

Nel cammino di Fede

Erminio combatte contro il male altrui e contro la propria malattia. Ed è proprio la salute cagionevole ad impedirgli di essere accolto tra i Francescani, prima, e tra i Gesuiti, poi.
Nel 1925 l’incontro con don Riccardo Beretta segnerà profondamente il cammino di Fede del giovane “dottorino”. Sarà lui a indicargli la strada dell’Ordine Ospedaliero dei Fatebenefratelli. Pampuri presenta domanda di ammissione il 6 giugno 1927. E, malgrado le ormai precarie condizioni di salute, viene accolto a Milano due settimane dopo. Il suo superiore, dopo il primo colloquio avuto con l’aspirante frate di san Giovanni di Dio, ebbe a dire: «Dovesse il giovane Pampuri rimanere anche un sol giorno membro effettivo dell’Ordine, sia il benvenuto: dopo esserci stato in terra motivo di edificazione, ci sarà in Cielo angelo di protezione». Col rispettoso silenzio di chi si accosta a un luogo santo e sa che il percorso intrapreso è la risposta convinta ad una chiamata, Pampuri vive questo momento con estremo riserbo. Nemmeno alla sorella Margherita rende nota la sua scelta prima che sia compiuta, definitiva. Gli abitanti di Morimondo, la stessa Margherita e gli adorati zii di Torrino, hanno una reazione pressoché unanime: «Il Signore ce lo ha portato via». Talvolta l’egoismo si incarna e si insinua anche tra gli effetti più cari. Il Signore non lo aveva portato via ai suoi familiari e ai suoi pazienti, lo aveva consegnato all’abbraccio di tutto il prossimo suo. Alla sorella Margherita che gli chiedeva di recedere da suo proposito scrive: «La maggior parte dei nostri dolori proviene dal voler noi appoggiarci troppo ai mezzi tanto fragili a mal sicuri quali sono le persone umane, che le più svariate e impreviste circostanze possono toglierci». Questa è una verità che Riccardo ha imparato a conoscere a proprie spese già in tenerissima età con la perdita dei genitori. La notizia del medico che decide di farsi frate, in un’epoca dove tutti erano concentrati su questioni squisitamente materiali, valica i confini della Bassa. Il Corriere della Sera dedica un ampio articolo a firma di Giovanni Censato il 20 agosto, dal titolo: “Un medico che si fa frate”. Il 7 luglio di quell’anno lasciò la sede provinciale dell’Ordine a Milano alla volta di Brescia, dove iniziò il noviziato presso l’Ospedale Sant’Orsola il 21 0ttobre. L’Ordine fondato da san Giovanni di Dio unitamente ai voti di povertà, castità e obbedienza ha il voto dell’ospitalità, cioè l’assistenza degli infermi ricoverati negli ospedali. Per fra Riccardo la vita religiosa era il mezzo per realizzare appieno il suo ideale di medico che era tutt’uno col suo ideale di religioso. La carità verso il prossimo per lui non era che emanazione di quella verso Dio. Quando la scienza doveva dichiararsi vinta, senza mezzi termini diceva all’ammalato quanto conveniva per il bene dell’anima. Curare i corpi per giungere a curare le miserie dell’anima. La malattia si inserisce nella nostra vita spirituale e ci offre l’occasione di perfezionamento.

Vestendo gli abiti dei Fatebenefratelli, Erminio si spogliò del suo passato di laico. Abbandonò per sempre il suo nome. Erminio non c’era più, era nato Fra Riccardo Pampuri. Sono passati appena cinque giorni da quando ha vestito l’abito di novizio dell’Ordine e fra Riccardo scrive alla sorella missionaria sull’altra sponda del Mediterraneo: «Non posso che ringraziare di tutto cuore la bontà del Signore e la misericordia sua usatami nel chiamarmi a questo stato…, mi metterò completamente nelle mani di Gesù e della sua Santissima Madre».

È il giorno dedicato all’Arcangelo Raffaele, medicina di Dio, 24 ottobre 1928, quando fra Riccardo prende i voti facendo voto di castità, povertà, obbedienza e ospitalità. Per Pampuri è il coronamento di un percorso. Adesso appartiene a Dio. Consapevolmente, ha cercato e trovato la strada della vita di religioso. Fra Riccardo, che sin da ragazzo aveva mostrato pazienza e entusiasmo e nell’avvicinare i giovani alla strada della Verità e della Fede, viene incaricato di istruire i confratelli al conseguimento dei diplomi infermieristici. Assieme, al pari dei medici, gli infermieri portano al letto del malato tutta la loro umana carità. Al di là della preparazione tecnica e professionale è questo il viatico che fra Riccardo offre ai suoi giovani allievi: condividere con loro la carità cristiana che trabocca dal suo cuore perché, una volta diventati infermieri, la possono trasferire a chi soffre ed è affidato alle loro cure. All’attività di insegnamento viene associato il compito di responsabilità dell’ambulatorio dentistico dell’Ospedale sant’Orsola dei Fatebenefratelli di Brescia, frequentato prevalentemente da poveri e da operai, fra Riccardo si prodiga instancabilmente al loro sollievo con estrema dedizione, attirandosi la stima e la venerazione di tutta la popolazione. La fama del dottorino oramai dilagava in tutta la zona. Ma l’attività febbrile fece riacutizzare i problemi di salute che da anni accompagnavano i giorni del giovane religioso. Improvvisamente, nella primavera del 1929 quel male che subdolamente aveva atteso il momento propizio per manifestarsi, esplose in tutta la sua gravità con sintomi inconfondibili. I suoi superiori, che molto avevano a cuore le sorti del giovane fra Riccardo, lo inviarono prima a Gorizia, quindi a Torrino, tra i suoi familiari, fino al 10 gennaio 1930 quando, rinfrancato nel corpo dal riposo, sembra pronto a rientrare a Brescia. Ma l’illusione durò appena tre mesi. Il 18 aprile, per l’aggravarsi delle condizioni, fu trasferito dall’Ospedale sant’Orsola alla Casa di Cura san Giuseppe di Milano. Gli ultimi tredici giorni di vita furono giorni di sofferenza, di autentica consunzione. Il suo capezzale, nel frattempo, era diventato meta di un vero e proprio pellegrinaggio. Molte persone volevano testimoniargli in punto di morte l’amore che il frate aveva trasmesso loro in vita.
Gli zii, i familiari, gli amici, semplici conoscenti, chiunque entrasse nella stanza rimaneva colpito da quanto la malattia avesse lavorato per consumare il corpo del Frate, senza tuttavia riuscire ancora strappargli la serenità dalle parole e dallo sguardo. Si accomiatava da ciascuno dicendo:

“Arrivederci in Paradiso”.

La sorella Margherita, che per sei anni aveva vissuto accanto al fratello dottore, quando ancora era Erminio, non riusciva a darsi pace. Fra Riccardo la rincuorava sorridendo, dicendole: «Sono contento e felice di aver fatto la volontà di Dio… Siamo sulla via del cielo. Ed ora mi vedo vicino a raggiungerlo sono felice».

Attese di affacciarsi al mese della Madonna prima di abbandonare a trentatré anni la sua esperienza terrena e iniziare quel cammino che lo avrebbe portato ad essere canonizzato dal Santo Padre Giovanni Paolo II il 1° novembre 1989. Al momento del trapasso, dopo aver ricevuto gli ultimi sacramenti dal suo maestro di noviziato, stringeva nella mano il Crocifisso.

Morì, com’è ricordato dal Decreto di eroicità delle virtù del 12 giugno 1978, «lasciando il ricordo di un medico che seppe trasformare la propria professione in missione di carità, e di un religioso che riprodusse in sé la figura del vero figlio di san Giovanni di Dio».

Fra Valentino Bellagente O.H.
IMG_0025
Fra Valentino Bellagente, Priore della RSA San Riccardo Pampuri di Trivolzio
Annunci

Rispondi

Inserisci i tuoi dati qui sotto o clicca su un'icona per effettuare l'accesso:

Logo WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione /  Modifica )

Google photo

Stai commentando usando il tuo account Google. Chiudi sessione /  Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione /  Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione /  Modifica )

Connessione a %s...

%d blogger hanno fatto clic su Mi Piace per questo:
search previous next tag category expand menu location phone mail time cart zoom edit close