Storie di riabilitazione: ritrovare la serenità al Fatebenefratelli

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E’ un ragazzo che vive in un appartamento come tanti, con la madre e un padre che non si vede quasi mai. Straordinario però è il percorso terapeutico di F. G., 27 anni, da lungo tempo sofferente. A gennaio del 2017 viene ricoverato presso il CRA San Riccardo del Centro Sant’Ambrogio di Cernusco sul Naviglio con una diagnosi di “Disturbo di Personalità, tipo borderline”. Nessuna situazione di deriva sociale alle spalle, ma un dolore sordo che la madre non riesce a lenire, pur tentando in tutti i modi di aiutarlo; è un’attenta caregiver fin da quando, a 15 anni, a causa dell’impulsività, della rabbia e dell’aggressività, sia verbale che fisica, verso i compagni di scuola, F.G. viene preso in carico dalla Neuropsichiatria infantile e ricoverato presso una Comunità Terapeutica per minori. I suoi comportamenti rispecchiano le difficoltà dell’adolescenza ma le esplosioni di rabbia vanno molto oltre: sono patologiche, necessitano di un aiuto terapeutico. Compiuta la maggiore età, dopo un periodo vissuto tra casa e comunità per minori, per il ripresentarsi del malessere, F.G. viene ricoverato nella Comunità CRA San Riccardo del Fatebenefratelli dove manifesta fragilità emotiva, impulsività, rabbia espressa verbalmente e contro gli oggetti e sentimenti di inferiorità. «Bastava un minimo disguido, un’incomprensione banale per trasformare la frustrazione in una reazione distruttiva». Eppure, come spesso accade, F.G. una volta in comunità trova una soluzione ai suoi problemi. La proposta terapeutica per affrontare l’immaturità della personalità è quella di promuovere nel paziente il dialogo ed il senso di socialità e per quanto durante il periodo iniziale di adattamento la relazione con gli altri ospiti porti ancora ad scontri verbali, azioni contro gli oggetti, minacce di fuga dalla comunità (mai attuate), progressivamente e con il crescere dell’alleanza terapeutica, il paziente riesce finalmente a parlare dei propri problemi e a comprendere le proprie paure ed insicurezze. Soprattutto, riconosce che i colloqui hanno una funzione di contenimento e confronto delle emozioni e dei sentimenti autosvalutanti: gradualmente il rapporto con gli operatori gli consente di conoscersi di più e giudicarsi di meno, di partecipare alla vita in gruppo e di vivere meglio anche il rapporto con la madre.

L’intenso lavoro terapeutico riabilitativo è stato possibile perché il paziente ha partecipato costantemente alle riunioni di comunità, alle riunioni organizzative sui compiti legati alla vita quotidiana, ai gruppi terapeutici specializzati nella cura della gestione degli impulsi, al percorso di musicoterapia, ai gruppi di riflessione su temi di attualità. Ha inoltre partecipato al gruppo giornalino.  Costantemente sono stati mantenuti i rapporti con i Servizi psichiatrici del territorio, ossia il Centro Psicosociale di provenienza (CPS), sia nell’ottica di condividere gli aggiornamenti clinici che nella prospettiva del reinserimento nel territorio di appartenenza e nel mondo lavorativo. Infatti, col supporto di un’agenzia di lavoro, il paziente è riuscito ad essere introdotto in un progetto di borsa lavoro remunerato, avvalendosi del supporto di un tutor. L’esperienza è poi proseguita in un’assunzione a tempo pieno presso un locale di ristorazione. Esperienze che oggi sono conservate in un “diario di bordo” che accompagna il giovane nel percorso.

F.G. è oggi un giovane con una casa, un lavoro, così come tanti altri che hanno incontrato nel loro cammino le cure dell’Ordine Ospedaliero dei Fatebenefratelli. È così che la missione iniziata da San Giovanni di Dio, fondatore dell’Ordine, continua a realizzarsi, perpetuandosi nei secoli: accogliere, restituire speranza, dare la cura totale di cui gli ospiti hanno bisogno e sensibilizzare la società per abbattere i muri dello stigma.

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