Caporetto: in trincea un Santo medico, un Fatebenefratello

San Riccardo Pampuri  in fasi diverse
San Riccardo Pampuri nelle diverse fasi della sua vita

Fra il 24 ottobre e il 27 novembre del 1917 si combatté la battaglia di Caporetto, conclusasi con la celebre ritirata, durante la quale si distinse Erminio Pampuri, di Trivolzio (Pavia), caporale addetto al reparto medico e di lì a poco medico e religioso dell’Ordine ospedaliero di San Giovanni di Dio Fatebenefratelli con il nome di fra Riccardo. Nel divampare della battaglia, Erminio Pampuri si preoccupò di salvare l’ospedale da campo, trascinandolo da solo sotto una pioggia battente. Gli fu conferita la medaglia di bronzo al valore militare e contrasse la pleurite. Per le sue virtù cristiane e per i numerosi miracoli, nel 1981 fu beatificato. Fra Valentino Bellagente lo ricorda con questo scritto: “Storicamente il trentennio della vita di San Riccardo Pampuri (1897-1930) è segnato da due grandi avvenimenti che hanno scosso la vita della vecchia Europa e dell’Italia. Si tratta della Grande Guerra e dell’avvento del fascismo. Entrambi hanno avuto per protagonisti i giovani. Il primo conflitto mondiale è stato una carneficina di giovani, di speranze stroncate per sempre. Mentre la presa del potere in Italia da parte del fascismo è stata una ubriacatura generale da parte dei giovani. È in questo contesto che nasce e si ingigantisce la santità del “dottorino” in quelle basse e nebbiose terre non lontane dal Ticino e più tardi a Brescia dove il nostro fece il noviziato ed esercitò la carità cristiana verso gli ammalati nell’ospedale Sant’Orsola dei Fatebenefratelli. La sua iniziazione alla vita cristiana fu sicuramente influenzata dagli zii materni che lo accolsero come un figlio a Torrino, dopo che Erminio (così era il suo nome prima di diventare religioso) era rimasto orfano di entrambi i genitori. Lo zio, il dottor Carlo Campari, era un uomo che non aveva timore di testimoniare la fede cristiana attraverso la parola e l’esempio. Presidente degli uomini di Azione Cattolica, terziario francescano, premetteva ad ogni sua giornata la santa Messa e la Comunione. Così testimoniava davanti al giovane nipote il suo spirito di preghiera e nello stesso tempo sapeva tradurre l’orazione quotidiana in tante opere di carità verso i suoi pazienti poveri, ma anche verso i seminari, le missioni. Accanto alla figura cristianamente equilibrata di zio Carlo, vi era l’altra, non meno importante, di zia Maria. Per Erminio fu una seconda mamma, ma soprattutto aperse gli occhi del ragazzo al mistero dell’Eucarestia, all’adorazione del Santissimo, quale zelatrice delle “lampade viventi”, persone che si organizzavano per assicurare l’adorazione continua davanti al nostro salvatore, nel tabernacolo. Di fede viva e robusta, era simpatico a tutti Da questo ambiente, fortemente imbevuto di spirito cristiano, Erminio apprese non solo una fede viva, robusta, ma anche un comportamento che lo rendeva simpatico a tutti. Nonostante il trauma familiare subito, egli cresceva sereno, studioso, obbediente, capace di rendersi amico di tutti. Questa sua ultima caratteristica troverà grande influsso sui compagni di scuola, al punto che non era visto come il “secchione”, ma come colui che sapeva aiutare, stimolare allo studio, senza mai far pesare la sua superiorità intellettuale. I coetanei, i compagni di scuola, guardavano con una certa ammirazione quel loro amico che sapeva far bella figura in classe, e con la stessa semplicità lo vedevano poi a lungo inginocchiato in Chiesa e fedele alla confessione giornaliera. Molti di loro, influenzati dall’ambiente positivista allora dominante, vedevano in Erminio la testimonianza concreta di una fede che non temeva la scienza, anzi nella scienza trovava stimoli per vedere nella potenza di Dio la sola risposta a tanti interrogativi di fronte ai quali la scienza è impotente. Il futuro fra Riccardo è cresciuto lentamente, ma con costanza, rafforzato dagli esempi della sua nuova famiglia. E come trovava naturale essere il primo della classe, con lo stesso impegno trovava naturale essere un autentico testimone di Cristo. Le testimonianze dei compagni di università a Pavia, dei suoi educatori e professori non fanno altro che confermare l’immagine di un giovanotto di poche parole, sempre sorridente, grande trascinatore verso il bene. Sebbene non abbia mai avuto incarichi di responsabilità all’interno del circolo universitario “Severino Boezio”, tuttavia il suo fare, la sua presenza erano fonte di iniziative e di opere di carità. Insomma Pampuri portava i giovani a Cristo, perché innamorato di Lui. Questo atteggiamento di trascinatore dei giovani alla fede lo troviamo rinvigorito e più esplicito durante il lungo periodo trascorso a Morimondo in qualità di medico condotto. Qui diventa il protagonista, il braccio destro del parroco, riunendo attorno a sé i giovani organizzando per loro un corso di esercizi spirituali annuale. Accanto a questa attività ne sorsero tante altre frutto del suo amore per loro: la banda musicale, l’oratorio, le passeggiate in montagna, le feste e soprattutto la liturgia domenicale ben preparata e animata, il catechismo che sapeva spiegare incantando i suoi giovani uditori. Così i giovani potevano gustare, tramite l’entusiasmo del giovane dottore, la bellezza della vita cristiana, della sua morale e del suo concetto di vita. Gli anni di Morimondo Gli anni di Morimondo (1921-1927) furono una vera esplosione della sua dinamica di apostolo del Vangelo e di diffusore del bene. Quando lasciò il paese per farsi Fatebenefratello lasciò un vuoto incolmabile. Qui la sua santità si era manifestata in modi diversi: l’assistenza dei malati a tutte le ore e con grande scrupolosità, la carità verso tanti contadini poveri che non si potevano permettere costose cure e medicine procurandole loro ma soprattutto dando loro quell’attenzione e quelle cure non solo materiali. E tutto questo nonostante la salute cagionevole e il desiderio di consacrarsi totalmente al Signore. Sì, i gesuiti lo avevano rifiutato per poca salute; desiderava andare in terra di missione come la sorella suor Longina, ma con la pleurite contratta durante la guerra non poteva andare lontano. L’unica sua speranza era quella di trovare un’Ordine, una Congregazione religiosa che lo potesse accogliere. La sua entrata tra i Fatebenefratelli non fu una decisione affrettata, ma il risultato di una lunga ricerca e di un cammino che lo portava sempre più vicino ad impersonare il Buon Samaritano. Anche da frate, nei suoi impegni di medico e di dentista, non dimenticava mai i giovani. Giovani erano i suoi compagni di noviziato, di vita religiosa che egli incoraggiava e trascinava con il suo esempio di preghiera, di ubbidienza, di spirito di mortificazione. Giovani erano tanti suoi pazienti che egli trattava come altrettanti Gesù. Giovane era il nipote, desideroso di diventare sacerdote. Egli aveva per ciascuno una parola preziosa, che andava diritta al cuore, che smuoveva incontro a Gesù che aveva imparato ad amare negli anni lontani della sua fanciullezza. Giovane se n’è andato incontro a quel Dio che era stato l’idea fissa della sua vita. Con il sorriso sulle labbra, si è spento a soli 33 anni. Ma quel sorriso è il segno concreto della sua testimonianza. Solo Dio rende felici, tutto il resto passa e non rimane nulla”.

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