Gli Argonauti al museo con Elisa

gallerieitalia

Le esperienze sono fatte anche di incontri e confronti. Così gli Argonauti nella visita alla Galleria d’Italia hanno potuto intervistare la persona che li ha guidati in questo viaggio, promuovendo la conoscenza basata sulla scoperta ed incentivando la curiosità e la creatività attraverso il contatto con l’arte. 

  1. Da che cosa è nata la sua passione per l’arte?

La passione per l’arte dai miei genitori che mi hanno sempre portata in giro per il mondo, ed essendo loro appassionati hanno appassionato anche me. Anche perché mio nonno è un brocant quindi era un ambulante che andava nelle cascine e ricercava pezzi d’antiquariato. Quindi io sono nata in questo mondo. Mi piacciono le cose che raccontano una storia. E poi perché io ero molto timida da bambina e quindi parlare di arte, parlare di pittura, è un altro modo, in realtà, per parlare di me. Quindi vedo un quadro, il quadro mi piace, e trovo delle affinità con me.

  1. Da quanti anni fa la guida?

Ho preso il patentino nel 2008, come guida, vera e propria; però, in realtà la facevo già da diversi anni, dalla terza liceo, per il gruppi della mia parrocchia. Però diciamo ufficialmente dal 2008. Il bisogno di parlare di arte mi ha portato a fare la guida.

  1. Quale percorso ha fatto per fare la guida?

Io nasco come archeologa, sono ufficialmente una archeologa perché ho fatto liceo scientifico con doppia lingua, che mi sono servite poi nella professione di guida, poi ho fatto lettere classiche con specializzazione in archeologia classica. Ho lavorato tanti anni mentre studiavo, poi dopo sui cantieri di archeologia. Poi dopo non volevo fare solo arte, volevo anche parlarne. Così da lì ho fatto subito il patentino per fare la guida. Perché si può lavorare in due modi: per il lavoro ai musei non è necessario il patentino mentre serve all’esterno, con musei non gestiti da società. Ora il patentino è diventato nazionale e non più regionale. Si deve passare una selezione rigida, che a Milano boccia l’80% dei partecipanti.

  1. Che differenza c’è stata nella guida delle persone dall’inizio ad oggi?

Non trovo grandi differenze, mi sono sempre trovata a mio agio con le persone. Questo deriva dalla mia esperienza di oratorio, gestendo i vari gruppi, quindi sono abituata a vivere con le persone, ad imparare ad esprimermi e ad esprimere quello che io penso. Non ho mai avuto paura e non ho paura di dire se una cosa non la so, perché non si può essere infallibili. La differenza… è che le prime volte, appena uscita dal mondo dell’università, ti senti ancora sotto esame e non capisci che le persone che chiedono una guida è forse perché ne sanno meno di te e pensi sempre che ti stiano giudicando. Poi in realtà questo pensiero è sempre latente ma non è principale. Il pensiero principale poi è quello dell’accoglienza e di incontrare qualcuno. Quindi se il primo mese sei in tensione su una cosa poi dopo trovi il piacere di vivere un’ora con alcune persone. Quello che mi piace poi è che non sai esattamente chi puoi avere davanti, perché puoi avere il superesperto o  puoi avere quello che non sa nulla. Quindi il bello di questo lavoro è che tu non lo farai mai uguale, mai, anche se fai sempre lo stesso quadro, lo approcci in modo diverso, usi un linguaggio diverso, usi una gestualità diversa, usi un abbigliamento tuo diverso, che non è cosa banale, da poco, perché devi far star bene le persone che hai davanti.

  1. A quali arti è più affine?

Beh, arte classica, senza ombra di dubbio! Mi piace molto fino al 400 poi ho un buco, 500, 600, 700 non mi piace moltissimo, poi ritorna in auge con l’800. Ma se devo scegliere di rinascere in un periodo io rinascerei in piena romanità. E ti dico di più: sì l’arte ufficiale ma a me piace l’arte minuta, come dicevo la ceramica di uso comune, magari quella “fiammata”, quella che porta il “simbolo” dell’imperfezione.

  1. Quali temi preferisce?

La vita quotidiana, l’aspetto femminile, mi piace molto, l’aspetto storico, l’aspetto mitologico sono i miei più amati. Però poi dipende; dipende anche dal giorno, dipende anche da come sono di umore. Finchè non conosci una cosa non puoi sapere se ti piace o no, non puoi apprezzarla. Cioè un conto è il primo impatto, un conto è studiarlo un pochino di più.

  1. Qual è il suo artista preferito?

Il mio artista preferito si chiama Bhargates che è ceramista su cui ho studiato per un anno e mezzo. Io lo trovo meraviglioso. Era del primo secolo avanti Cristo, era un innovatore assoluto.

Per la pittura il David, l’Incoronazione di Napoleone.

Non amo Leonardo: l’ho studiamo molto, ho fatto anche quattro mostre, l’ho anche venduto molto bene, ma… non mi lascia niente, perché non mi regale emozioni, non mi fa sognare. Cioè capisco la potenza della creazione, però diciamo che empaticamente non mi rimane nel cuore. Ad esempio la Gioconda è stata per me una delusione totale, a me personalmente non ha entusiasmato, capisco la potenza grafica, innovativa, intellettiva, le macchine mi sono piaciute di più come progetto. Ma soprattutto non mi piace di lui che è rimasto chiuso in se stesso, ci ha lasciato tanti scritti ma tutti ma ancora tutti da interpretare, come se alla fine fosse un egoista che non ha voluto condividere. Questa è la mia visione personale.

  1. Ha la stessa passione di quando ha iniziato?

Direi di sì. La stessa anche se a volte ci sono aspetti organizzativi che complicano il lavoro.

  1. Che tipo di emozioni prova quando lavora?

A volte sono entusiasta, a volte invece mi viene una rabbia incredibile, quando lavorando soprattutto con i ragazzi, tu ti accorgi che i ragazzi sono portati allo sbaraglio e che le insegnanti hanno selezionato percorsi a caso (nonostante noi ne abbiamo circa 80 eh!), tanto così per coprire l’ora, scegliendo percorsi che magari mettono in difficoltà i ragazzi. E poi mi viene rabbia quando vedo i ragazzi svogliati, ma non perché ti debba per forza piacere il museo, ma perché non hanno neanche voglia di interagire con te. Tu ti stai mettendo in gioco, stai scherzando, stai cercando di coinvolgerli, magari con delle battute del loro livello, ma loro nulla, sono completamente refrattari. E soprattutto perché ti prendono in giro, soprattutto quelli dei licei classici, ti vedono giovane quindi pensano di poter farti anche lo sgambetto, perché mi è capitato, di dover allontanarli dal gruppo. Lo si fa, lo si allontana, lo si fa notare, lo si fa notare anche all’insegnante. E fa parte anche del nostro lavoro, perché noi comunque non siamo dei giobbini qua capitati a caso, siamo qui per una parte integrante di un percorso formativo, quindi bisogna insegnare anche quello. Però diciamo che la stragrande maggioranza dei casi mi rasserena, mi rende felice.

  1. Il suo mestiere la soddisfa?

Si, molto. L’ora di visita non mi pesano mai. Il mio lavoro, poi, non è solo fare la guida, ma ha a che fare molto anche con la progettazione didattica, per cui ci sono corsi di formazione come “master”. Ma per me la vera scuola di formazione è l’oratorio, dove fai volare la fantasia e devi risolvere situazioni continuamente lavorando con materiali “poveri” facendo “sporcare” i ragazzi e facendoli sognare, tenendo sempre conto di cosa viene insegnato ai ragazzi a scuola, in modo fa coordinare al meglio i progetti artistici.

  1. Secondo lei è un interscambio creativo illustrare le opere?

Certo. È proprio questo, un interscambio, perché i gruppi tutte le volte mi danno anche interpretazioni diverse, mi fanno notare particolari, mi fanno agganci loro stessi a piccoli loro ricordi anche personali che poi io riutilizzo. A volte nel nostro lavoro c’è un problema: tu sei sempre abituato, la vedi quell’opera, la vedi tutti i giorni, la vedi mentre fai la guida, la vedi mentre stai nelle sale. Rischi così di vederla sempre da quella prospettiva, quelle due o tre prospettive, quindi a volte hai proprio bisogno di un innesto da parte di altri, di informazioni, di punti di vista e quindi mi fanno cambiare prospettiva, ti fanno aggiungere, ti fanno aggiungere significato all’opera, e così col gruppo successivo avrai sempre più informazioni anche da dare.

  1. Che tipo di pubblico frequenta queste gallerie e come si rivolge ad ognuno di essi?

Allora, il pubblico va dai bambini fino direi a 150 anni, nel senso che qui viene veramente chiunque. Con abilità intellettive diverse, con fragilità diverse, con capacità linguistiche diverse, con provenienze diverse. Direi è un museo molto, molto eterogeneo. Come ci comportiamo con i vari gruppo? Beh allora con le scuole, con i gruppi fragili, con i gruppi che richiedono e che vogliono un particolare progetto, nascono proprio progetti ad hoc, quindi calibrati per numero di opere, per argomenti, su ciò che fanno a scuola.

  1. Degli episodi particolarmente significativi nel corso del suo lavoro: uno positivo e uno negativo.

Secondo me l’episodio più negativo è quando durante un evento ti stanno, ti vogliono fare un appunto su un passo dell’Odissea insistendo, e tu insisti dall’altra parte, ma dopo la quinta volta che la persona insiste, essendo un evento privato tu devi desistere. Però tu vorresti spaccare la testa a questa persona, allontanarti, andare a prendere il testo e poi farglielo notare. E quindi questo è stato il più brutto ma anche perché in quei casi tu, ad un certo punto devi cedere, perché era chiaro che questa persona voleva mettersi in mostra con gli amici. Magari poi farti i complimenti e farti l’applauso, perché poi è questo quello che succede. Però in quel momento iniziale che ti fanno queste cose, non sai se puoi insistere ancora, ad un certo punto ti devi frenare, però ti mette molto in difficoltà perché per tutto il resto della visita sei rossa bordot dall’agitazione perché mentre parli hai il dubbio che questi ti contestino qualsiasi cosa. Quindi questa è la parte più difficile. L’episodio più bello è stato quando, prima di fare l’esame di guida, ho portato il giro il mio gruppo dell’oratorio e c’erano anche i miei genitori, e i miei genitori sono molto rigidi, molto precisi, insegnanti, quindi, vederli contenti e fieri di me, e se mia mamma non mi abbia trovato pulci sull’italiano, sulla gestualità, sicuramente è stato una grande sicurezza per me. Lì ho capito che potevo tranquillamente superare quella prova. E poi devo dirvi che una delle guide più belle in assoluto che abbia mai fatto è stato con le ragazze di Sara, della Casa di Bianca, un piccolo gruppetto, per cui la prima visita è andata bene, però loro erano molto sul muro; la seconda visita, invece, quando sono arrivate mi hanno abbracciato e c’era un’interazione completamente diversa, molto più libera. È stata la visita forse più bella in assoluto per me. Loro si sono dovute fidare in quel caso ciecamente di me, ma ciecamente perché erano bendate; abbiamo riso, abbiamo fatto tutto un percorso al buio e nella fase di laboratorio, come io ho raccontato qualche situazione della mia vita, così loro hanno cominciato a raccontarmi e a parlarmi di loro. E un altro momento più bello in assoluto sempre legato a loro e che mi ha fatto pure piangere, è che alla fine dell’anno mi hanno portato un quaderno, una sorta di registro con tutte le nostre attività. Con loro non è stata solo una visita guidata, ma una conoscenza di persone ed è stata per me la prima volta dove io non ho accolto il gruppo ma il gruppo ha accolto me. Quindi io sono entrata a far parte di un gruppo per quel breve periodo in cui loro venivano qua.

  1. Ci lasci un suo commento

Voglio fare questo lavoro per sempre, non voglio cambiare nulla e spero di pensarlo sempre come un bambino, non diventare adulta mentalmente, perché non vorrei spegnermi, e anzi, vorrei in realtà accendermi ancora un pochino. Mi sono divertita con voi.

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