Quando la depressione rischia di far ammalare l’intera famiglia, 4 semplici consigli dal nostro esperto Dott. Giobbio

Psicologia-del-pianto-il-valore-delle-lacrime-quanto-spendiamo-per-versarle-e-quanto-ci-guadagniamo-680x365Quattro semplici consigli da mettere in pratica quando, in famiglia, abbiamo una persona che soffre di questa patologia. Prima di tutto, spiegano gli esperti, occorre riconoscere il problema, saper chiedere aiuto allo specialista, evitare di cercare a tutti i costi una causa che frequentemente non esiste e sapere che si può essere di grande sostegno anche solo stando accanto al malato senza necessariamente coinvolgerlo attivamente in progetti o iniziative.

Una vera e propria malattia, che ci distacca dalla realtà: la depressione. Affligge in genere le persone sopra i 40 anni,  in misura maggiore donne, e  non ha nulla a che vedere con la tristezza o con il cambio d’umore, anzi. È una patologia ben definita, con sintomi specifici. Spesso, però, quando in casa si vive con un genitore malato, gli equilibri famigliari si rompono e non è facile ricostruire un clima sereno. Che cosa fare – e soprattutto che cosa non fare – per ristabilire l’armonia? E come comportarci? Lo abbiamo chiesto al dottor Gian Marco Giobbio, psichiatra presso i Centri di riabilitazione dei Fatebenefratelli, che ci ha fornito quattro preziosi consigli.

 

1 – Accettare la malattia

«La depressione», spiega il dottor Giobbio, «è una vera e propria malattia e non va confusa con la tristezza, o con la malinconia, sentimenti che frequentemente sperimentiamo nella nostra vita. Sintomi depressivi possono insorgere dopo eventi di perdita, come ad esempio un lutto, ma in questo caso non si tratta di patologia: è infatti una fisiologica reazione che facilità i meccanismi di elaborazione ed ha una durata limitata.  La depressione patologica compare invece depressiva indipendentemente  da quanto ci sta accadendo o comunque rappresenta una reazione esagerata, incomprensibile rispetto agli eventi.  Il sintomo nucleare è rappresentato dal calo del tono dell’umore, dalla tristezza, ma la sua intensità è molto maggiore rispetto alla fisiologica tristezza, ha caratteristiche quasi fisiche, un peso al petto o alla testa, e si accompagna ad altre sintomi specifici della malattia quali apatia, la mancanza di energia, l’insonnia, solo per citarne alcuni. Altra caratteristica è la sua immodificabilità nel tempo e non migliora anche a fronte di notizie  o eventi positivi.

L’effetto sulla quotidianità è devastante: «Tutte le scelte che facciamo abitualmente, da quelle più semplici, come la selezione dei vestiti da indossare le mattina o cosa cucinare per pranzo, a quelle più complesse come le scelte professionali e lavorative », rileva Giobbio, «appaiono difficili, quasi impossibili. Questo succede perché il tono dell’umore, l’affettività, è un elemento fondamentale nell’ambito del processo decisionale. In altre parole: non prendiamo decisioni soltanto attraverso il ragionamento, la logica; a farci decidere è piuttosto la scelta che  risuona emotivamente come migliore, come più adatta a noi. Ed è per questo che a volte prendiamo decisioni anche contrarie a quanto la logica ci direbbe e spesso sono proprio queste le scelte più corrette. Nel soggetto depresso, le oscillazioni dell’umore sono bloccate verso il basso, manca la risonanza emotiva e per questo si fa fatica a decidere. La razionalità non aiuta e l’ansia e le paure che si associano alla depressione, ci bloccano ». Si tratta, quindi, di una vera patologia. Riconoscerla, non sottovalutarla e accettare che il nostro congiunto sia una persona malata e non sta “esagerando o manchi di buona volontà” è il primo passo per aiutarlo.

 

2 – Non vergognarsi mai

A volte, capita che si provi imbarazzo per quel genitore, o quel nonno, che non vuole più uscire di casa, che si trascina col pigiama e magari non ha neppure voglia di lavarsi. «A volte ci infastidisce vedere  che una persona a cui vogliamo bene si lascia andare, trascorra gran parte della sua giornata a letto senza fare nulla», ammette Giobbio, «ma dobbiamo essere consapevoli che questo comportamento non è sotto il suo controllo, ed è ulteriormente inficiato dal senso di inutilità e del vissuto di impossibilità al cambiamento tipico del soggetto depresso». Dunque l’attenzione al proprio aspetto fisico, alla cura della propria persona al modo di presentarci agli altri, perde di significato. Altro sintomo spesso presente è rappresentato dall’anedonia, ovvero l’incapacità di provare piacere nelle attività quotidiane. «Gli impegni e gli interessi che prima erano motivo di soddisfazione», spiega ancora lo psichiatra, «quali hobby, passioni sportive o artistiche  destano ora  solo indifferenza e fatica nella loro realizzazione. Da qui l’invito nelle fasi più critiche della malattia a non forzare il paziente all’attività, ma accompagnarlo in ciò che gli è possibile fare». Il soggetto depresso vive in una condizione di perenne “rallentamento”, che riguarda sia gli aspetti fisici (il passo è rallentato,  muoversi è faticoso), sia quelli psichici (il pensiero si sviluppa con difficoltà, diventa monotematico, la concentrazione e l’attenzione diminuiscono…)».

Ma non è tutto: si osservano alterazioni della sfera endocrino-metabolica; il soggetto «perde peso, non ha più fame, i capelli diventano più radi, ingrigiti,  la libido si riduce fino ad annullarsi, il sonno è popolato da incubi il risveglio è carico di ansia». La giornata appare monotona e faticosa: «si fa strada il sentimento dell’inutilità della vita e, nei casi più gravi, il suicidio appare come l’unica via di uscita; anche per questo, non bisogna vergognarsi di avere un genitore malato,  ma occorre dare spazio alla sofferenza e favorire la possibilità per il malato di comunicare il proprio disagio senza giudicare troppo frettolosamente».

 

3- Non forzare

In presenta di sintomi depressivi che durano da oltre 1 settimana e in assenza di evidenti fattori scatenanti occorre rivolgersi al medico per una corretta diagnosi e una adeguata terapia psicologica e farmacologica. «Molto importante, però, è l’approccio dei familiari», rimarca lo psichiatra. «Chi è depresso vive  la realtà con distacco. È come se fosse uno spettatore che guarda da lontano la vita propria e dei propri cari, senza potervi partecipare: paradossalmente il tentativo di coinvolgere il paziente in situazioni gioiose sortisce l’effetto opposto, facendolo sentire  ancora più estraneo, alieno ». Di questo si deve tener conto quando si tenta di riattivare il soggetto affetto da  depressione: spesso, in buona fede, si cerca di riattivare il soggetto malato coinvolgendo in un gran numero di iniziative quali inviti tra amici, cene, uscite mondane ecc, quasi che la depressione potesse essere curata attraverso la trasmissione di energia e  vitalità. «Tutto questo per il malato ha spesso  l’effetto opposto,  facendolo sentire ancora più estraneo e in colpa, accentuando il suo senso di autovalutazione e di indegnità. Il depresso osservando tutti gli sforzi compiuti e l’inefficacia degli stessi, si convince sempre di più di essere un peso per i propri familiari ». Così  le nostre migliori intenzioni risultano inutili se non dannose o controproducenti.

Quindi, anche in questo caso, il consiglio è quello di confrontarsi prima con uno specialista: «Va bene la nostra buona volontà, ma meglio evitare il moltiplicarsi di iniziative magari confuse, spesso attivate con il solo scopo di farci sentire meno impotenti di fronte alla malattia. Dobbiamo essere, invece, rispettosi del  malessere e dell’inerzia del soggetto depresso, coinvolgendolo sì, ma in attività personali e non pubbliche, accompagnandolo nell’uscita della fase depressiva senza forzarlo, consapevoli dei suoi tempi rallentati e della sua mancanza di energia vitale».

 

4- Essere presenti

Soprattutto, quello che conta davvero è la nostra presenza. «Anche se il nostro congiunto vuole rimanere a letto, è  bene accettare questa condizione senza spaventarci troppo: importante è stargli vicino, magari in silenzio, facendogli sentire che  ci siamo». Per quanto riguarda la terapia, utile ricordare che  esistono differenti tipi  di depressione per  durata, ciclicità e caratteristiche cliniche :  «nei casi meno gravi utile e risolutiva la psicoterapia; in caso di sintomi più marcati con forte inibizione e rallentamento o ideazione suicidaria allora occorre prendere in considerazione  una terapia con  farmaci specifici». «In ogni caso», rimarca il medico, «la presenza dei familiari è fondamentale. È importante ricordare loro che non devono scoraggiarsi, anche se i tempi di cura a volte possono essere lunghi ».

Per un familiare, certo, vivere con un genitore o un figlio depresso non è facile: «Si è coinvolti e si fa fatica ad accettare di non poter essere di aiuto. A volte si cerca a tutti i costi una giustificazione alla comparsa della sintomatologia, nella convinzione che la causa vada ricercata in un litigio o nell’ambito del disagio di coppia o causata da stress lavorativo; spesso invece la malattia depressiva insorge senza cause apparenti, oppure può essere innescata da questi elemento, ma poi avere un decorso indipendente ». è importante ricordare che  uscire dalla depressione, comunque, è possibile: «Abbiamo a disposizione interventi efficaci che permettono nella maggior parte dei casi un netto miglioramento e spesso una guarigione. È importante non scoraggiarsi, non far venir meno il nostro sostegno al paziente ed essere consapevoli che ci troviamo di fronte ad una malattia che come tale può essere affrontata e sconfitta ». Senza pregiudizi, né paura.

 

Con la collaborazione di

Gian Marco Giobbio

Psichiatra. Direttore medico

Centro Sacro Cuore di Gesù , Centro Sant’Ambrogio e ambulatorio Sanitatem Mentis , Fatebenefratelli PLV, Ordine Ospedaliero di San Giovanni di Dio;

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