Proporzionalità delle cure e insegnamento del Magistero della Chiesa (parte seconda)

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PARTE SECONDA

L’ulteriore passo nella istruzione della questione sulla proporzionalità delle cure consiste nel ripercorrere in modo sintetico i diversi interventi del Magistero della Chiesa con l’intento di vedere lo sviluppo della dottrina in questo particolare ambito della teologia morale. Nella presentazione ci limitiamo agli interventi più importanti del Magistero. Vogliamo notare qui che buona parte dei documenti sono stati già presentati trattando la questione dell’eutanasia. Ciò ci dice anche la stretta connessione delle due problematiche. In questo lavoro non affronteremo i diversi interventi degli episcopati nazionali, che pure presentano interessanti punti di riflessione, per la natura sintetica di questo lavoro.

 

PIO XII

Papa Pio XII parlando ad un gruppo di clinici, chirurghi, medici e scienziati dell’Istituto di genetica “Gregorio Mendel” ha risposto ai diversi quesiti sul problema della rianimazione postigli dal Dr. Bruno Haid a nome del gruppo.[1]

Il Papa riporta i quesiti riassumendoli in tre domande fondamentali:

“I problemi che si presentano nella pratica moderna della rianimazione si possono dunque ridurre a tre: anzitutto, si ha il diritto, anzi, l’obbligo di applicare gli apparecchi moderni di respirazione artificiale in tutti i casi, anche quando, per giudizio del medico, sono considerati assolutamente inutili? In secondo luogo, si ha il diritto, anzi, l’obbligo di togliere il respiratore, quando, dopo parecchi giorni, lo stato di profonda incoscienza non migliora, mentre se lo si toglie, la circolazione si arresta in pochi minuti? Che bisogna fare in tal caso, se la famiglia del paziente, che ha ricevuto gli ultimi sacramenti, spinge il medico a togliere l’apparecchio? L’Estrema Unzione è ancora valida in quel momento? Terza domanda: un paziente in stato d’incoscienza per paralisi centrale, ma in cui vita – ossia, la circolazione sanguigna è mantenuta con la respirazione artificiale, senza che intervenga, dopo parecchi giorni, nessun miglioramento, dev’essere considerato come morto “de facto” o anche “de iure”? Non bisogna attendere, per considerarlo morto, che la circolazione sanguigna s’arresti nonostante la respirazione artificiale? ”[2]

Prima di rispondere alle domande il Papa fa una premessa elencando i principi morali che stanno a monte delle scelte morali, cioè l’obbligo morale dell’uso dei mezzi ordinari per conservare la vita e la salute, seguendo la dottrina delineatasi nella tradizione. Inoltre il Papa non esclude anche la possibilità di applicare i mezzi straordinari.[3]

Riportiamo qui per intero la risposta del Papa:

“Passiamo ora alla soluzione di questioni particolari. In tutti i casi di profonda incoscienza, compresi quelli che, a giudizio di un medico competente, sono del tutto disperati, l’anestesiologo ha il diritto e il dovere di applicare gli apparecchi moderni di respirazione artificiale anche contro la volontà della famiglia? Nei casi ordinari, si concederà che l’anestesiologo ha il diritto di agire in tal modo, ma non ne ha l’obbligo, a meno che si tratti dell’unico modo di soddisfare ad un altro dovere morale certo. I diritti ed i doveri del medico sono correlativi a quei del paziente […]. La tecnica della rianimazione, di cui qui si tratta, non ha nulla in sé d’immorale; perciò il paziente – se è capace di decisione personale – potrebbe usarla lecitamente e quindi darne al medico l’autorizzazione. D’altra parte, siccome queste forme di trattamento superano i mezzi ordinari, ai quali si è obbligati a ricorrere, non si può sostenere che sia obbligatorio impiegarle e, di conseguenza, autorizzarvi il medico […]. Quanto al dovere proprio ed indipendente dalla famiglia, esso non obbliga, abitualmente, che all’impiego dei mezzi ordinari. Perciò, se il tentativo di rianimazione costituisce per la famiglia un onere, che, in coscienza, non si può ad essa imporre, questa può lecitamente insistere perché il medico interrompa i suoi tentativi, ed il medico può lecitamente acconsentire.”[4]

Dai passi sopra riportati è evidente che Pio XII si inserisce nel solco della dottrina classica dei mezzi della proporzionalità delle cure, dove il criterio fondamentale nella valutazione rimane il bene integrale del paziente. La risposta di Pio XII è diventato il locus classicus della partenza per le discussioni sul tema della moralità nelle decisioni prese alla fine della vita.

Il Papa usa il concetto “ordinario” in relazione a tutti quegli interventi che sono moralmente obbligatori per la conservazione della vita fisica, e invece “straordinari” si riferiva a quelli interventi che avevano lo scopo di prolungare la vita fisica. Dopo questo intervento i termini ordinario/straordinario diventano i termini standard per i moralisti cattolici nel valutare la moralità delle decisioni circa la questione del prolungamento della vita.[5]

 

CONGREGAZIONE PER LA DOTTRINA DELLA FEDE – DICHIARAZIONE “IURA ET BONA” – 5 MAGGIO 1980

La Dichiarazione Iura et Bona nel quarto e conclusivo capitolo[6] tratta il problema della proporzionalità delle cure. Pio XII, come abbiamo visto poco fa nel trattare la questione, si esprime nei termini di mezzi ordinari/obbligatori e mezzi straordinari/obbligatori, invece il documento della Congregazione per la Dottrina della Fede ricorre alla nuova terminologia e parla del criterio della proporzionalità dei mezzi. Il documento denuncia il pericolo che la dignità della persona umana possa essere lesa a causa di un eccessivo tecnicismo nei mezzi terapeutici aprendo tutta una serie di questioni, come la difficoltà di applicare dei principi morali tradizionali.[7]

La dichiarazione ribadisce il principio fondamentale che ciascuno ha il dovere di curarsi e di farsi curare con i mezzi necessari. Per quello che riguarda i mezzi “straordinari”, la Dichiarazione riconosce la validità di principio della dottrina classica che nessuno è obbligato a ricorrere ai mezzi straordinari per conservare la vita fisica, aggiungendo però che le condizioni del nostro tempo sono mutate radicalmente rispetto ai tempi in cui la dottrina è stata formulata, per cui esso non viene compreso con chiarezza, e la Dichiarazione a causa di questa ambiguità nell’interpretare questo principio aggiunge seguenti precisazioni[8]:

“- In mancanza di altri rimedi, è lecito ricorrere, con il consenso dell’ammalato, ai mezzi messi a disposizione dalla medicina più avanzata, anche se sono ancora allo stadio sperimentale e non sono esenti da qualche rischio. Accettandoli, l’ammalato potrà anche dare esempio di generosità per il bene dell’umanità.

– È anche lecito interrompere l’applicazione di tali mezzi, quando i risultati deludono le speranze riposte in essi. Ma nel prendere una decisione del genere, si dovrà tener conto del giusto desiderio dell’ammalato e dei suoi familiari, nonché del parere di medici veramente competenti; costoro potranno senza dubbio giudicare meglio di ogni altro se l’investimento di strumenti e di personale è sproporzionato ai risultati prevedibili e se le tecniche messe in opera impongono al paziente sofferenze e disagi maggiori dei benefici che se ne possono trarre.

– È sempre lecito accontentarsi dei mezzi normali che la medicina può offrire. Non si può, quindi, imporre a nessuno l’obbligo di ricorrere ad un tipo di cura che, per quanto già in uso, tuttavia non è ancora esente da pericoli o è troppo oneroso. Il suo rifiuto non equivale al suicidio: significa piuttosto o semplice accettazione della condizione umana, o desiderio di evitare la messa in opera di un dispositivo medico sproporzionato ai risultati che si potrebbero sperare, oppure volontà di non imporre oneri troppo gravi alla famiglia o alla collettività.

– Nell’imminenza di una morte inevitabile nonostante i mezzi usati, è lecito in coscienza prendere la decisione di rinunciare a trattamenti che procurerebbero soltanto un prolungamento precario e penoso della vita, senza tuttavia interrompere le cure normali dovute all’ammalato in simili casi. Perciò il medico non ha motivo di angustiarsi, quasi che non avesse prestato assistenza ad una persona in pericolo.”[9]

Possiamo concludere dicendo che la Dichiarazione tratta in modo dettagliato la questione della proporzionalità delle cure e propone la via media, che da una parte rifiuta il potere arbitrario nel decidere la propria morte, si oppone anche all’abuso del tecnicismo e ad ogni forma del pensiero che nega la costitutiva condizione mortale dell’uomo. La Dichiarazione riconduce i criteri che stabiliscono la proporzione della cura ad aspetti personali, familiari e sociali. Il documento non stabilisce a priori quali sono mezzi ordinari e quali straordinari, ma chiede di tenere conto dei benefici e dei danni per la persona ammalata, ed in conseguenza gli oneri che ne derivano per la famiglia e per la società.[10]

La Dichiarazione sottolinea che la rinuncia ai trattamenti sproporzionati non significhi l’interruzione delle cure ordinarie, e non ha nessuna connessione con l’abbandono del paziente o con il suicidio assistito. Tutti questi criteri generali non vanno nella direzione di una loro semplice applicazione, ma rimandano ad una decisione che tiene conto della situazione concreta.[11]

Qui il Magistero usa per la prima volta i termini “ordinario” e “straordinario”. Il cambiamento dei termini è molto evidente, e la Dichiarazione lo sottolinea spiegando che: “finora i moralisti rispondevano che non si è mai obbligati all’uso dei mezzi “straordinari”. Oggi però tale risposta, sempre valida in linea di principio, può forse sembrare meno chiara, sia per l’imprecisione del termine che per i rapidi progressi della terapia. Perciò alcuni preferiscono parlare di mezzi “proporzionati” e “sproporzionati”. In ogni caso, si potranno valutare bene i mezzi mettendo a confronto il tipo di terapia, il grado di difficoltà e di rischio che comporta, le spese necessarie e le possibilità di applicazione, con il risultato che ci si può aspettare, tenuto conto delle condizioni dell’ammalato e delle sue forze fisiche e morali.”[12]

 

PONTIFICIO CONSIGLIO COR UNUM – DANS LE CADRE – 27 GIUGNO 1981

Pontificio Consiglio “Cor Unum” nel suo documento Dans le cadre. Questioni etiche relative ai malati gravi e ai morenti[13] che è uscito il 27 giugno 1981 affronta nel numero 2.4 il problema dei mezzi terapeutici ed il loro uso proporzionato e nei numeri 7.2 e 7.3 si occupa della responsabilità del personale sanitario.

Al n. 2.4.1. si giustifica l’uso della terminologia classica dei mezzi ordinari e mezzi straordinari per dirimere delle questioni morali difficili ed analizzare articolate realtà con un ruolo di mediazione. Questa distinzione tra mezzi ordinari e straordinari esprime il fatto che la vita è un valore primordiale ma non assoluto.[14]

Nel n. 2.4.2. parla dei criteri in base ai quali decidere se un mezzo è ordinario oppure straordinario. Il documento propone due ordini di criteri, ordine soggettivo e di ordine. L’ordine oggettivo comprende la natura dei mezzi, il costo, le questioni della giustizia nella loro scelta e nella loro applicazione. L’ordine soggettivo comprende tutte quelle azioni necessarie per evitare nel paziente lo shock psicologico, l’angoscia, il disagio ecc. occorre sempre stabilire dice il documento la proporzione tra il mezzo ed il fine.[15]

Il documento nel numero 2.4.3. sottolinea il criterio della qualità della vita salvata o mantenuta in terapia. Inoltre dice che occorre tenere conto non soltanto di esso ma anche di alcune considerazioni soggettive nella formulazione di un giudizio prudente, e che non esiste l’obbligo morale nel ricorso ai mezzi straordinari, in modo particolare se il paziente rifiuta un intervento del genere.[16]

Per quello che riguarda l’uso dei ‘mezzi minimali obbligatori’, cioè quelli che nelle condizioni normali sono destinati a mantenere la vita, come alimentazione, trasfusione di sangue, iniezioni ecc. il documento al n. 2.4.4. ribadisce l’obbligo stretto della applicazione di questi mezzi. L’interruzione della loro somministrazione sarebbe considerato un atto che intenzionalmente vuole porre fine al paziente, cioè un atto eutanasico.[17]

Nel settimo capitolo ai numeri 7.2. e 7.3. il Documento esamina le questioni che riguardano la problematica della scelta delle terapie, la quale deve essere fatta in base a determinati principi morali e di una serie di elementi scientifici, che aiuteranno al medico nel decidere che cosa va fatto e che cosa va omesso.[18] Anche il ricorso alle terapie intensive che comporta l’applicazione di una tecnologia sofisticata, dice il documento, suscita delle domande etiche. In un sistema con il limite delle risorse economiche, alla luce del principio della giustizia è necessario valutare se è davvero necessario spendere tanti mezzi per una persona e poi privare tante altre persone dalle cure più elementari.[19] Per quanto riguarda la terminologia “ordinario” e “straordinario” anche questo documento ribadisce che il loro uso nella terminologia scientifica come nella pratica medica tende ad essere superato, però nello stesso tempo non li abbandona del tutto, essendo presenti nella riflessione della teologia morale e nella tradizione cattolica.[20]

 

CATECHISMO DELLA CHIESA CATTOLICA – 11 OTTOBRE 1992.

Anche il Catechismo della Chiesa Cattolica[21] nella terza parte, la sezione seconda, affronta il tema della proporzionalità delle cure trattando il tema dei dieci comandamenti al n. 2278. tutto l’articolo quinto di questa sezione è dedicato al tema del rispetto della vita umana con inerente problema dell’eutanasia. Nella distinzione tra l’eutanasia e l’accanimento terapeutico il Catechismo parla dell’uso proporzionato dei mezzi terapeutici:

“L’interruzione di procedure mediche onerose, pericolose, straordinarie o sproporzionate rispetto ai risultati attesi può essere legittima. In tal caso si ha la rinuncia all’ “accanimento terapeutico”. Non si vuole così procurare la morte: si accetta di non poterla impedire. Le decisioni devono essere prese dal paziente, se ne ha la competenza e la capacità, o, altrimenti, da coloro che ne hanno legalmente il diritto, rispettando sempre la ragionevole volontà e gli interessi legittimi del paziente.”[22]

 

È da sottolineare che la rinuncia ai trattamenti medici che sono onerosi, pericolosi, straordinari o sproporzionati non vada visto come un atto eutanasico, ma accettazione sapiente del decorso inevitabile che la situazione concreta rappresenta.[23]

 

GIOVANNI PAOLO II – ENCICLICA EVANGELIUM VITAE – 25 MARZO1995.

Giovanni Paolo II nell’enciclica Evangelium Vitae[24], all’interno del terzo capitolo ai nn. 64-67 affronta la drammatica questione dell’eutanasia. Al n. 65. viene affrontato il tema dell’accanimento terapeutico e quello della proporzionalità delle cure. Qui il Papa fa una netta distinzione tra tutto ciò che potrebbe essere inteso in maniera più soggettiva, e usa per questo fatto il termine “gravoso”, però non come sinonimo per il “straordinario”. Riportiamo qui la parte del paragrafo rilevante per il nostro tema che sottolinea l’importanza che dall’eutanasia “va distinta la decisione di rinunciare al cosiddetto “accanimento terapeutico”, ossia a certi, interventi medici non più adeguati alla reale situazione del malato, perché ormai sproporzionati ai risultati che si potrebbero sperare o anche perché troppo gravosi per lui e per la sua famiglia. In queste situazioni, quando la morte si preannuncia imminente e inevitabile, si può in coscienza,

“rinunciare a trattamenti che procurerebbero soltanto un prolungamento precario e penoso della vita, senza tuttavia interrompere le cure normali dovute all’ammalato in simili casi”. Si dà certamente l’obbligo morale di curarsi e di farsi curare, ma tale obbligo deve misurarsi con le situazioni concrete; occorre cioè valutare se i mezzi terapeutici a disposizione siano oggettivamente proporzionati rispetto alle prospettive di miglioramento. La rinuncia a mezzi straordinari o sproporzionati non equivale al suicidio o all’ eutanasia; esprime piuttosto l’accettazione della condizione umana di fronte alla morte.”[25]

In questo ultimo passaggio non è ben evidente se il Papa volesse usare “straordinario” come sinonimo del “sproporzionato”, oppure se volesse che una cura continua poteva essere limitata perché troppo gravosa per il malato o perché le sue condizioni non davano nessuna speranza di miglioramento.[26]

Il paragrafo pone in evidenza la differenza etica che passa tra una scelta eutanasica e la rinuncia all’accanimento terapeutico. Si ribadisce l’obbligo morale di curarsi e farsi curare valutando la proporzionalità delle cure in rapporto all’effettivo miglioramento della condizione del paziente.

 

CARTA DEGLI OPERATORI SANITARI – 1994.

La Carta degli Operatori Sanitari[27] ben due volte affronta la questione della proporzionalità delle cure. Una volta all’interno della seconda sezione dedicata al vivere nei nn. 63-65, e la seconda volta nella terza sezione dedicata al morire nei nn. 119-121. La doppia collocazione della questione delle proporzionalità delle cure dice una cosa molto importante che la questione non è legata solo alla fase terminale ma riguarda ogni atto medico.[28]

Il n. 63 ribadisce il “il dovere di curarsi e farsi curare” applicando tutti i rimedi necessari per il reale beneficio del paziente, sia gli interventi che mirano alla guarigione sia quelli per la terapia del dolore.[29] Al n. 64 viene ribadito l’obbligo di applicare tutte le cure proporzionate che la situazione clinica richiede, e di rinunciare a tutte quelle che cure che risultano sproporzionate, dando una definizione delle cure ordinarie che sono quelle cure in cui esiste un rapporto “di debita proporzione tra mezzi impiegati e il fine perseguito”.[30] Il n. 65 esplicita in che cosa consiste la proporzionalità delle cure nella fase sperimentale di alcuni mezzi terapeutici e quali atteggiamenti al riguardo prendere.[31]

Il documento, nella terza parte dedicata al morire affronta per la seconda volta la questione delle proporzionalità delle cure nella fase terminale della vita umana.

Al n. 119 il documento parla del “diritto a morire in tutta la serenità, con dignità umana e cristiana” certamente non visto nella prospettiva di procurare intenzionalmente la morte per sé o per gli altri. Nello stesso tempo viene rimproverata ogni forma di accanimento terapeutico che prolungherebbe l’agonia del paziente.[32]

Il n. 120, riprendendo il passo dalla dichiarazione Iura et Bona dice ribadisce che “nell’imminenza di una morte inevitabile nonostante i mezzi usati, è lecito in coscienza prendere la decisione di rinunciare a trattamenti che procurerebbero soltanto un prolungamento precario e penoso della vita, senza tuttavia interrompere le cure normali dovute all’ammalato in simili casi. Perciò il medico non ha motivo di angustiarsi, quasi che non avesse prestato assistenza ad una persona in pericolo”, ritenendo per le cure normali l’alimentazione e l’idratazione anche artificialmente amministrate.[33]

Il n. 121 sollecita il medico di scegliere i mezzi necessari per la data situazione clinica, ricordando che il loro compito non è dover decidere della vita o della morte del paziente, ma di mettere a disposizione del paziente la loro professionalità e di agire in scienza e coscienza nel rispetto della sua dignità accettando i limiti della condizione umana.[34]

 

DISCORSO DI GIOVANNI PAOLO II – IL CONGRESSO INTERNAZIONALE SULLO STATO VEGETATIVO – 20 MARZO 2004.

Il 20 marzo 2004 Giovanni Paolo II rivolgendosi ai partecipanti del Congresso Internazionale sullo stato vegetativo tenutosi a Roma ha parlato della proporzionalità nell’uso dei mezzi di conservazione della vita. Il Papa ha detto vorrebbe sottolineare in modo particolare

“come la somministrazione di acqua e cibo, anche quando avvenisse per vie artificiali, rappresenti sempre un mezzo naturale di conservazione della vita, non un atto medico. Il suo uso pertanto sarà da considerarsi, in linea di principio, ordinario e proporzionato, e come tale moralmente obbligatorio, nella misura in cui e fino a quando esso dimostra di raggiungere la sua finalità propria, che nella fattispecie consiste nel procurar nutrimento al paziente e lenimento delle sofferenze. L’obbligo di non far mancare “le cure normali dovute all’ammalato in simili casi (Congr. Dottr. Fede, Iura et bona, p. IV) comprende, infatti, anche l’impiego dell’alimentazione e idratazione (cfr. Pont. Cons. “Cor Unum”, Dans le cadre, 2.4.4; Pont. Cons. Past . Operat. Sanit., Carta degli Operatori Sanitari, n. 120).”[35]

Come risulta evidente dal testo il Papa sottolinea ancora una volta, riproponendo le posizioni dei documenti magisteriali precedenti che l’idratazione e la nutrizione del paziente in stato vegetativo rientra nei mezzi proporzionati e ordinari e come tali moralmente obbligatori.

 

[1] Cfr. Pio XII, “Risposte ad alcuni importanti quesiti sulla rianimazione” (24.11.1957), in AAS, 49 (1957), pp. 1027-1033, in Pio XII, discorsi ai medici, a cura di F. Angelini, Edizioni “Orizzonte Medico”, 6° edizione, Roma, 1960, pp. 608-618.

[2] Ibidem, pp. 1028-1029, in Pio XII, discorsi ai medici, a cura di F. Angelini, op.cit. pp. 610-612.

[3] Ibidem, p. 1030, in Pio XII, discorsi ai medici, a cura di F. Angelini, op. cit. p. 612.

[4] Ibidem, p. 1031-1032, in Pio XII, discorsi ai medici, a cura di F. Angelini, op. cit. pp. 614-615.

[5] J. M. Hass, “Proporzionalità terapeutica e accanimento terapeutico”, in Atti del Congresso Internazionale della Pontificia Accademia per la Vita ,Città del Vaticano, 25/26, febbraio, 2008, www.accademiavita.org, p. 2.

[6] Congregazione per la Dottrina della Fede, Dichiarazione “Iura et Bona” (5.5.1980), n. IV, in Enchiridion Vaticanum, VII, nn. 364-371, op. cit. pp. 347-349.

[7] Ibidem, n. IV, in Enchiridion Vaticanum, VII, n. 364, p. 347.

[8] Ibidem, n. IV, in Enchiridion Vaticanum, VII, n. 367, pp. 346-347.

[9] Ibidem, n. IV, in Enchiridion Vaticanum, VII, nn. 368-371, p. 349.

[10] Cfr. M. Chiodi, Etica della vita, op. cit. p. 203.

[11] Ibidem.

[12] Congregazione per la Dottrina della Fede, Dichiarazione “Iura et Bona” (5.5.1980), n. IV, in Enchiridion Vaticanum, VII, n. 367, op. cit. p. 347.

[13] Cfr. Pontificio Consiglio Cor Unum, Documento “Dans le cadre”, in Enchiridion Vaticanum, VII, nn. 1234-1281, EDB, Bologna, 1982, pp. 1132-1173.

[14] Ibidem, n. 2.4.1, in Enchiridion Vaticanum, VII, nn. 1247-1248, p. 1143.

[15] Ibidem, n. 2.4.2, in Enchiridion Vaticanum, VII, n. 1249, pp. 1143-1144.

[16] Ibidem, n. 2.4.3, in Enchiridion Vaticanum, VII, nn. 1250-1251, p. 1145.

[17] Ibidem, n. 2.4.4., in Enchiridion Vaticanum, VII, n. 1252, p. 1145-1147.

[18] Ibidem, nn. 7.2.-7.3., in Enchiridion Vaticanum, VII, nn. 1273-1274, pp. 1165-1167.

[19] Cfr. M. Calipari, Curarsi e farsi Curare, op. cit. p. 96.

[20] Pontificio Consiglio Cor Unum, Documento “Dans le cadre”, n. 2.4.1., in Enchiridion Vaticanum, VII, nn. 1247-1248, p. 1143.

[21] Catechismo della Chiesa Cattolica, op. cit. §, 2278, p. 561.

[22] Ibidem.

[23] Cfr. M. Calipari, Curarsi e farsi curare, op. cit. p. 97.

[24] Giovanni Paolo II, Enciclica Evangelium Vitae, (25.3.1995), in Enchiridion Vaticanum, XIV, nn. 2167-2517, op. cit. pp. 1206- 1445.

[25] Ibidem, n. 65, in Enchiridion Vaticanum, XIV, n. 2385, p. 1351.

[26] Cfr. J.M. Hass, “Proporzionalità terapeutica e accanimento terapeutico”, op. cit. p. 8.

[27] Pontificio Consiglio della Pastorale per gli Operatori Sanitari, Carta per gli Operatori Sanitari,op. cit.

[28] Cfr. M. Calipari, Curarsi e farsi curare, op. cit. p. 100.

[29] Ibidem, p. 53.

[30] Ibidem, p. 54.

[31] Ibidem, pp. 54-55.

[32] Ibidem, pp. 90-91.

[33] Ibidem, p. 91.

[34] Ibidem, p. 92.

[35] Giovanni Paolo II, Discorso ai Partecipanti al Congresso Internazionale sullo stato vegetativo, 20.3.2004, n. 4, in L’Osservatore Romano, (20-21 Marzo 2004), p. 5.

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