Proporzionalità delle cure e insegnamento del Magistero della Chiesa

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PARTE PRIMA

LA PROPORZIONALITA’ DELLE CURE E L’EUTANASIA

La questione delle terapie e delle cure dei malati gravi e morenti si trova al centro di un dibattito acceso che va al di là dell’ambito ristretto degli addetti ai lavori. Basta ricordare alcune vicende che per lungo tempo hanno dominato lo spazio mediatico di questi nostri tempi[1] per costatare la difficile situazione in cui si trova la società contemporanea nel gestire tutto il potenziale della cura medica in modo eticamente corretto. Il progresso della scienza biomedica ha portato alle possibilità terapeutiche fin d’ora impensabili con il risultato di prolungare la vita anche nelle condizioni di salute gravemente compromesse, a volte sfumando il confine tra vita e morte e rendendo molto difficile la gestione dell’esistenza di questi pazienti in modo moralmente corretto.[2]

Questa possibilità di disporre delle dei nuovi mezzi terapeutici ha innescato una vivace discussione e una più profonda riflessione sulla natura e finalità della terapia stessa, lo stesso termine “proporzionalità” rimanda al bilanciamento delle possibilità terapeutiche in riferimento alle componenti diverse di cui è composta una situazione clinica. Questa capacità dell’uomo di intervenire sulla vita fisica umana ha portato anche ad una serie di questioni etiche con cui la riflessione morale ha dovuto confrontarsi.[3]

Le condizioni cliniche fortemente compromesse che senza un forte sostegno dei mezzi clinici sofisticati, come la respirazione artificiale oppure la circolazione extracorporea non sono pensabili, fino a che punto è moralmente corretto applicare una tale terapia e quali sono i criteri per una loro eventuale interruzione? Altra questione molto importante sono le risorse economiche effettive di una società che deve usare ingenti mezzi economici nella cura di questi pazienti. Queste risorse vengono sottratte a molti altri, che ne avrebbero bisogno e vengono destinate a pochi malati con prognosi clinica infausta.[4]

Un’altra questione che è presente nell’attuale dibattito riguarda il concetto della qualità della vita, che a volte diventa un criterio discriminante nei confronti del valore e della dignità della vita umana. A volte vengono addottati i criteri arbitrari nella valutazione della vita di una persona, in base a cui si distinguono i diversi livelli di vita, e non tutti degni di essere sostenuti e tutelati.[5] In questo contesto l’espressione proporzionalità delle cure è un concetto che riguarda tutta la problematicità concernente i limiti, gli obblighi e le modalità di uso delle terapie e delle cure[6] nei malati gravi e morenti ed un suo approfondimento certamente sarà d’aiuto a tutti e in particolare modo agli operatori sanitari nel processo di una corretta decisione che riguarda l’applicazione dei mezzi terapeutici in questi casi.

Il Papa Pio XII nei suoi interventi ha affrontato la questione della proporzionalità delle cure e parlando di essa ricorreva alla terminologia dei mezzi terapeutici “ordinari” e “straordinari”, dove per i mezzi ordinari si intendevano tutti gli intervento terapeutici obbligatori per il sostegno del morente, invece i mezzi straordinari vengono definiti in relazione all’applicazione dei mezzi terapeutici che causano una eccessiva sofferenza, oppure un costo sproporzionato in rapporto agli stessi effetti terapeutici, a tali mezzi “straordinari” si poteva lecitamente rinunciare con il consenso del paziente.[7]

Da allora la situazione nella cura medica è radicalmente cambiata grazie allo sviluppo della ricerca biomedica che ha reso più difficile una distinzione netta tra mezzi “ordinari” e mezzi “straordinari”, basta pesare alla terapia intensiva, alla rianimazione ecc. Questo fatto ha portato allo stesso cambiamento della terminologia fin adesso usata, preferendo a quella precedente una nuova che si esprime con i mezzi proporzionati e mezzi sproporzionati.[8]

Perché un mezzo sia considerato proporzionato o sproporzionato non dipende soltanto dalle sue caratteristiche intrinseche, ma anche dal caso clinico concreto al quale si applica. L’uso di questa terminologia nuova garantirebbe, secondo alcuni, la non interferenza sui criteri di valutazione nella terapia stessa essendo meno equivoca e “sottolineando la necessità di un accurato bilancio tra i pro e contro di un trattamento”.[9]

Anche se dalla letteratura esaminata il termine “proporzionalità delle cure” risulta di data recente nell’uso del dibattito bioetico, la questione che il concetto esprime è stata trattata all’interno della dottrina classica sui “mezzi ordinari e straordinari” dei moralisti della scolastica sin dal sedicesimo secolo.

 

[1] Cfr. G. L. Gigli, “Da Atene a Sparta: siamo tutti in viaggio con Terri Schiavo”, in Medicina e Morale, 54 (2005), pp. 423-428; A. Dovio, “Il dibattito in bioetica”, una riflessione sul caso Welby”, in Medicina e Morale, 57 (2007), pp. 369-372.

[2] Cfr. M. Calipari, Curarsi e farsi curare, op. cit. 2006, p. 15.

[3] La questione abbiamo esaminato nel Capitolo Primo all’interno della questione del “Contesto postmoderno determinato dalla scienza e dalla tecnologia”.

[4] Cfr. M. Calipari, Curarsi e farsi curare, op. cit. p. 16.

[5] Ibidem.

[6] Cfr. M. L. Romano, “Proporzionalità delle cure”, in Dizionario di Bioetica, a Cura di S. Leone e S. Privitera, op. cit. p. 768.

[7] Cfr. Pio XII, “Risposte ad alcuni importanti quesiti sulla rianimazione” (24.11.1957), in AAS, 49 (1957), pp. 1027-1033

[8] Cfr. E. Sgreccia, Manuale di Bioetica, Volume I, op. cit. p. 737.

[9] M.L. Romano, “Proporzionalità delle cure”, in Dizionario di Bioetica, a cura di S. Leone e S. Privitera, op. cit. p. 769.

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