L’ospedale umanizzato

Marchesi

È sufficiente leggere quotidiani o vedere un telegiornale per documentarsi abbondantemente sul tema della disumanità di cui sono teatro alcuni ospedali in tutti i paesi del mondo e in tutti i sistemi sociali vigenti. Un altro estratto del volume “Rinnovarsi per umanizzare” nato dai pensieri di Fra Marchesi che ci aiuta certamente a riflettere.

Umanizzare l’ospedale non è come stendere una mano di vernice sulle pareti di una casa; significa intervenire in modo radicale sulla struttura della stessa casa. Umanizzare è un azione che ribalta i rapporti, le comunicazioni, il potere, la vita affettiva dell’ospedale, in quanto potere, comunicazioni e sentimenti sono rivolti al malato, al suo benessere: il malato è il centro dell’ospedale umanizzato, e finalmente, può ricevere risposte non solo scientifiche o tecniche, ma anche umane.

  • L’ospedale umanizzato è spalancato: aperto e trasparente. Tutti lo possono frequentare, nel rispetto della sua efficienza, ma anche vedere criticare, aiutarlo ad essere sempre più puntuale nel servizio. L’ospedale spalancato chiama attorno al malato parenti, amici, infermieri, medici, l’ambiente, il territorio, la chiesa locale: non solo per avere consensi e aiuti economici ma soprattutto suggerimenti. Per creare un flusso di umanità davanti alle sofferenze del mondo, senza filtri e false percezioni. Ciò non è possibile se l’ospedale resta chiuso: luogo di dolore, di rassegnazione, di puro e semplice inferno terreno.
  • L’ospedale umanizzato ha una “mappa del potere” ben precisa, trasparente a tutti i livelli. In questo ospedale il potere è ritenuto un processo particolarmente importante per garantire efficacia, efficienza, soddisfazione dei bisogni del malato. Il potere è di tutti e la fiducia negli operatori laici caratterizza il religioso ospedaliero umanizzante.
  • L’ospedale umanizzato crede nel lavoro di gruppo. Nel gruppo non ci si ritrova per diluire le responsabilità o perdere tempo, ma per effettuare uno scambio di esperienze, per arricchirsi, per prendere decisioni più sagge.
  • Nell’ospedale umanizzato c’è formazione permanente. Essa deve garantire a operatori e religiosi di essere continuamente aggiornati e sempre pronti all’appuntamento con il malato, con i colleghi e con i fratelli. Quello che mi preme dire a tutti, giovani e vecchi, è che siamo in divenire, e tutti, nel rispetto dei ritmi e dei tempi personali, possiamo fare qualcosa per rallentare il nostro invecchiamento umano, professionale e religioso.
  • L’ospedale umanizzato è una casa familiare. Una Comunità che affronta con serietà il dolore, che non teme la sconfitta, che produce e induce nelle persone la speranza. È il fulcro intorno al quale ruota la vita professionale, affettiva e intellettiva degli operatori, dei malati e dei parenti. L’ospedale umanizzato è la domus nella quale l’uomo si ritrova come a casa sua, accettato così come è, compreso ed aiutato nei suoi fondamentali bisogni. Nel nostro Ordine gli ammalati non devono trovare solo una casa ma una casa di amore misericordioso. Se trovano solo una casa, qualcosa da mangiare e delle terapie ma non trovano quell’amore misericordioso, rimangono estranei, stranieri all’amore umano, alla fratellanza e al messaggio cristiano. Per mentenere l’elevata terapeuticità e umanità dell’ospedale abbiamo bisogno della collaborazione e umanità dei collaboratori. Infatti essi non sono solo professionisti ma sono uomini con una personalità e una spiritualità. Il prossimo è quindi anche il nostro collaboratore: a lui dobbiamo offrire attenzione, ascolto, stimolo, esempio, amore e sostegno. A lui dobbiamo guardare come al nostro fratello che collabora con noi all’opera di reintegrazione dell’uomo. Non è necessario che il laico sia credente o si dichiari tale. È sufficiente che rispetti la missione in concreto e si allei con noi prima di tutto per garantire al malato il diritto alla salute e al rispetto.

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