Chiamata all’Ospitalità (part. 3^)

“Risplenda la vostra luce davanti agli uomini, perché vedano le vostre opere buone e rendano gloria al vostro Padre che è nei cieli” (Mt 5,16)

Questa riflessione vogliamo dedicare al delicato compito di accompagnamento nel discernimento vocazionale. Esso si riferisce anzitutto al modo di condividere l’esperienza di fede, l’esperienza del mistero, l’esperienza di Dio, nel nostro caso l’itinerario della ricerca vocazionale nell’ospitalità, fino alla sua piena condivisione, in modo di far vedere la bellezza di una esistenza che accetta di realizzarsi secondo il progetto di Dio.

Accompagnando il fratello che è in ricerca del progetto di Dio su di sé occorre che il registro comunicativo sia principalmente quello della ‘confessione’ della propria fede (confessio fidei), e non invece quello didattico o esortativo, tanto meno quello amicale. Cercare di imprimere subito una direzione precisa alla vita d’un altro, e non discernere con lui ciò che gli conviene per raggiungere quella felicità desiderata, comporta inevitabili equivoci. Saper raccontare ad altro il proprio cammino di discernimento, la propria identità nello specifico carisma significa far capire ad altro la fatica, la novità, il rischio, la sorpresa ma anzitutto la bellezza della propria vocazione.

Evangelista Giovanni ci ricorda l’esperienza dei primi discepoli di Gesù che “andarono e videro dove abitava, e quel giorno si fermarono presso di lui” (Gv 1, 39). Hanno avuto il contatto diretto, hanno fatto una esperienza della bellezza che li ha avvinti. Oggi questo compito, questa mediazione è affidata a noi credenti, alla nostra autenticità capace di toccare cuore, mente e volontà, capace di annunciare una così “buona notizia”, essendo già stati toccati noi stessi ad ogni livello della nostra personalità. Il nostro vissuto deve smentire quel luogo comune che ruota attorno all’io e rende così ardua la scelta e decisione vocazionale che percepisce il progetto di Dio come nemico del bisogno di felicità che ciascuno porta dentro di sé.

Tanti giovani in ricerca vocazionale non hanno accolto l’appello vocazionale non perché li mancava la generosità o perché erano indifferenti ma perché non sono stati aiutati a conoscersi, a scoprire la radice ambivalente di certi schemi mentali e affettivi; e perché non aiutati a liberarsi delle loro paure e difese, consce e inconsce nei confronti della vocazione stessa. Il discernimento vocazionale dovrebbe saper far emergere la realtà dell’io, così com’è, se si vuole poi portarlo a essere come deve essere: la sincerità è un passo fondamentale per giungere alla verità, ma è necessario in ogni caso un aiuto esterno per vedere bene l’interno.

Quando si giunge a questa conoscenza di sé, delle proprie debolezze e dei propri timori si capisce meglio il motivo di certi atteggiamenti e si coglie sempre di più la realtà del mistero come chiave di lettura della vita e della propria persona. Occorre accettare di non sapere, di non potersi conoscere fino in fondo. Capire che la vita non è interamente nelle nostre mani, perché la vita è mistero che attende d’esser decifrata e realizzata.

Accettare il mistero è segno d’intelligenza, di libertà interiore, di rifiuto d’una banale concezione della vita, che deve sempre partire e ripartire dal Mistero di Dio per ricondurre al mistero dell’uomo. La perdita del senso del mistero dei nostri tempi è una delle maggiori cause della crisi vocazionale.

Un pensiero riguardo “Chiamata all’Ospitalità (part. 3^)

  1. 5 gennaio 2018 — 14:46

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