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Mettiamo in pratica, quotidianamente, la dimensione profetica dell’Ospitalità. Vogliamo risvegliare la coscienza di fronte al dramma della miseria e della sofferenza delle persone, cercando di essere la voce di chi non ha voce. Proponiamo con le nostre opere l’alternativa della cultura dell’Ospitalità opposta a quella dell’ostilità e dell’indifferenza.  La fedeltà a questa ispirazione originaria, costituita da S.Giovanni di Dio, è l’elemento che ha permesso all’Ordine di continuare a crescere ed essere uno strumento essenziale di evangelizzazione del mondo della salute. L’Ospitalità di S. Giovanni di Dio appartiene alla società ed alla Chiesa e continua a vivere ed espandersi attraverso il servizio dei Confratelli e dei Collaboratori, uniti nella medesima missione.

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4 pensieri riguardo “SEGUICI SU WWW.FATEBENEFRATELLI.IT

    1. PREFAZIONE DEL CARD. GIANFRANCO RAVASI
      allora Prefetto della Biblioteca Ambrosiana

      Ogni ricordo, come dice la stessa etimologia del termine, è un “riportare al cuore”, cioè un far rivivere nell’affetto e nel sentimento una presenza che è forse stinta ma non estinta. Le pagine che ora scorreranno vogliono raggiungere proprio questa meta: desiderano riproporre dal vivo una figura amata da tante persone, la cui presenza, già prima silenziosa e discreta, dal 22 giugno 1998 esteriormente si è dissolta ma spiritualmente è ancora viva e intensa.

      Il dottor Pierluigi Micheli, come si dice nel bel ritratto iniziale delineato da Andrea Martano, è stato un “uomo dei semitoni”, una persona “modesta” nel senso più nobile e purtroppo ignorato dall’ “urlato” e dall’arroganza dei nostri giorni) del termine. È stato un innamorato delle profondità ove i silenzi sono colmi di parole supreme, la superficialità è impossibile, l’ineffabile si svela.

      Laggiù, senza clamore, incontrava le grandi luci che hanno guidato la sua esistenza e la sua ricerca e che queste pagine vogliono attestare. Là egli penetrava nei misteri della fede, visti come la più alta risposta alle interrogazioni della ragione. Là egli incontrava gli “spiriti magni” del pensiero e della letteratura, a partire dall’amatissimo Dante.

      In quell’orizzonte non striato dalla chiacchiera e dal rumore egli attendeva il fiorire dell’armonia musicale, soprattutto quella dei prediletti Bach e Mozart. In quel luogo di speranza trovava l’entusiasmo per quella professione di medico che egli visse solo come vocazione e che per questo s’intrecciò inestricabilmente con la sua vita.

      C’è un po’ di emozione nel leggere le sue righe qui raccolte: sembra quasi di rompere il cerchio del suo riserbo, del suo silenzio intimo, del suo viaggio in mari sempre più vasti. Ma forse è lui stesso per primo a “smitizzare” questa esitazione con quelle gocce di umorismo e di ironia che lasciava spesso cadere nei suoi dialoghi, consapevole di quanto aveva scritto Hermann Hesse: “Ogni sublime umorismo comincia con la rinuncia dell’uomo a prendere sul serio la propria persona“.

      Eppure è proprio questa la vera “serietà” che segna anche le pagine della sua ricerca privata a cui ora siamo ammessi. E a noi sembra, leggendole, che esse, nonostante la molteplicità dei temi, dei soggetti e dei profili che offrono, rivelino alla fine un solo volto, quello del loro autore, uomo assetato di fede e di sapienza, di verità e di bellezza. Proprio come confessava di sé ]orge Luis Borges al termine del suo zibaldone L’artefice: “Un uomo si propone di disegnare il mondo. Nel corso degli anni popola uno spazio con immagini di province, di regni, di montagne, di baie, di vascelli, di isole, di pesci, di case, di strumenti, di astri, di cavalli e di persone. Poco prima di morire scopre che quel paziente labirinto di linee traccia l’immagine del suo volto“. (Gianfranco Ravasi)

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